La gelateria che non c’è più

Fa caldo, in questi giorni di agosto. Non come al Sud, ma fa comunque caldo. La pompa di calore (che ovviamente in questa stagione produce freddo) si blocca sempre sull’errore 7H e la solerte assistenza della Daikin mi dice che prima di una settimana non riusciranno a intervenire. E allora avanti con la seconda opzione, avanti con i ventilatori. Ma fa comunque caldo nel mio bunker, non c’è molta difesa contro questo clima.

Meglio viaggiare, magari senza alzare il culo dalla sedia, seguendo la rete, andando dove ti porta Google. Dove diavolo vado oggi con le mappe? Dapprima il cuore mi suggerisce la Groenlandia, per godere di un freddo almeno digitale. Quando però zummo al contrario e tutto il mondo è una palla davanti a me, lo sguardo cade su quella fascia chiara che prosegue alla destra dell’Africa sahariana, che già alla vista fa provare caldo. Ma quanto è grande la penisola arabica, penso. E quanto è vicino il suo spigolo basso al Corno d’Africa…

Clicco in basso a sinistra sullo Yemen angoluto e scendo dal satellite sempre più in giù. Fermo l’ascensore a una certa altezza. Vedo abbastanza bene sotto di me. Strano posto. Con tanto spazio tutto color sabbia (chi l’avrebbe mai detto…), macchie più scure e una macchia molto sfrangiata alla sinistra, tra il verde e il nero (ma questa in effetti la noterò dopo e mi spiegherà molte cose). Sulla mappa leggo “Ma’rib” “Rumaila” e “Al Hazmah”. Cerco sulla rete e vedo che Ma’rib è il nome del Governatorato locale, non capisco subito che è una città, le immagini da quest’altezza sono sfocate, il color sabbia domina su tutto il resto. Rumaila dal canto suo, mi dicono tutte le notizie che trovo sul motore di ricerca, è il sito petrolifero più importante dell’Iraq, ma evidentemente quel (o quella) Rumaila sta da tutt’altra parte e non c’entra niente con questo posto qui. E a proposito di “Al Hazmah” Google mi dice, ogni volta che digito questo nome, che forse cercavo “Al Hamzah”, il fratello ribelle del re di Giordania: le prime tre paginate infatti solo di lui parlano. Ovviamente non accetto il suggerimento: che me ne faccio nello Yemen del fratello del re Abdallah? Insisto nella mia ricerca e trovo finalmente delle previsioni meteo per Al Hazmah: più o meno 40 gradi fissi tutti i giorni. Dalle previsioni capisco anche che Al Hazmah deve essere un quartiere della città di Ma’rib.

Quello che si vede sulle mappe della città da questa altezza è una macchia quasi indistinta, quasi fosse coperta da una coltre finissima di sabbia che galleggia nell’aria, ma circondata da una sottile linea rossa (e qui Malick non c’entra niente, è una linea rossa elettronica) che delimita il perimetro urbano (o forse l’area di giurisdizione dell’Ospedale?). Al Hazmah, alla sua destra e fuori dalla linea rossa, è tutta un’altra cosa, è come l’impronta più scura di una mano a tre dita impressa sul terreno, anch’esso ovviamente color sabbia chiaro. 

L’immagine di Ma’rib dalle Google Maps vista in 2D
L’immagine di Ma’rib dalle Google Maps vista in 3d

Scendo ancora un po’. Le dita scure sono fatte di tanti campi ordinati di quelli che a un primo sguardo sembrano alberelli, se non alberi. A uno sguardo più ravvicinato assomigliano ad arbusti, comunque piantati in tante file orizzontali. Chissà che cosa sono quegli alberelli, chissà che cosa coltivano in quei campi… 

Più scendo e più numerosi sono i luoghi d’interesse, segnalati dalle tipiche gocce a testa in giù delle mappe, con scritte in arabo e, nella quasi totalità, anche in italiano. Le moschee sono tante, tantissime; ma un cattolico apostolico romano che è nato in Italia, ha vissuto a lungo a Roma con le sue 333 chiese, e adesso sta in un paese della campagna sabina che ne ha ancora una decina, di chiese, non dovrebbe certo stupirsi della presenza di tanti luoghi di culto in un paese islamico… 

Tra le tante moschee e i numerosi benzinai mi colpisce la presenza di una gelateria. Scendo per vedere meglio e clicco sulla goccia, che diventa rossa e apre una finestra sulla sinistra. Qui c’è una foto di un interno colorato con il bancone dei gelati, un interno bruttino ma pieno di luce, e ci sono anche due commenti. «Eccezionale» dice uno. E un altro, più prosaicamente, «Che bello avere una gelateria!» Da fuori l’edificio non ha nulla che lo contraddistingua, anche se devo dire che, almeno sulle mie mappe, spesso non c’è corrispondenza tra il segnalino del posto e il vero luogo in cui questo si trova. Prova ne sia un centro commerciale indicato in una landa assolutamente deserta…

Si è fatta l’ora di innaffiare e interrompo il viaggio. Mi segno il nome Ma’rib, ci scrivo accanto Yemen, per sicurezza, ed esco nel caldo della sera sabina. Non saremo a 40 gradi ma nemmeno i nostri 33 sono da buttare. E nell’orto, che quest’anno è venuto proprio male, le piantine boccheggiano con la punta delle foglie reclinata verso il basso…

Pensavo di tornare a viaggiare domani ma la sera davanti alla televisione non riesco a concentrarmi su niente. La mente, non so perché, torna alla gelateria nello Yemen. Riaccendo l’iMac, apro le mappe e torno a Ma’rib. 

Mi fermo a mezza altezza. Guardo bene la visione d’assieme e a questo punto noto la macchia più scura e sfrangiata a sinistra. Guardo meglio e sì, è acqua, è un lago. Mareb dam, leggo scritto da qualche parte (il solito problema dei segnalini spostati), e mi ricordo che dam vuol dire diga in inglese (e prima ancora in olandese…). Ecco allora il percome dei campi coltivati. Penso a quel bizzarro film, Il pescatore di sogni, tratto dall’ancor più bizzarro libro sulla pesca al salmone nello Yemen. Ricordo le immagini e il contrasto tra il deserto intorno e l’acqua dello uadi su cui si tenta di far risalire i salmoni finché i fondamentalisti fanno saltare la diga a monte causando morte e distruzione. 

La diga e il lago

Cerco su wikipedia e scopro che il primo sbarramento sullo Uadi Adhana, quello che dà vita al lago sopra Ma’ rib, risale a duemila anni prima di Cristo, che da sempre questa è un’oasi nel deserto circostante, dove si coltivavano spezie e incenso che poi le carovane portavano verso Nord. E che poco a valle dell’attuale diga, ci sono i resti di quella del VII secolo, sempre prima di Cristo, vero e proprio capolavoro d’ingegneria dell’epoca, ma sulle mappe faccio fatica a trovarla. Leggo anche che questa era la capitale del Regno dei Sabei ma non ci faccio troppo caso, mi torna in mente la gelateria nel deserto e voglio ritrovarla. 

Riparto alla ricerca della gelateria. Vago per Al Hazmah e le sue moschee, e i suoi benzinai, i suoi negozi d’alimentari e la farmacia ma non la trovo più. C’è un segnalino con una tazzina, dovrebbe essere un caffè ma le scritte sono solo in arabo e non c’è una foto. Della gelateria non c’è davvero più traccia. Penso un po’ incongruamente che sia stato una specie di miraggio, ma poi mi incaponisco nella ricerca. Ingrandisco al massimo e passo lentamente su e giù per tutta Al Hazmah. Una vera e propria caccia all’uomo, anzi al gelato. Se la gelateria c’è, la troverò. Dopo un quarto d’ora rinuncio. Non capisco com’è possibile che sia sparita nel nulla ma mi sembra assurdo buttare via altro tempo in questa ricerca. 

Ed è a questo punto che noto, alla base della mano a tre dita, un segnalino con ha come didascalia “Throne of Queen of Sheba, Barran Temple”. La regina di Saba? Già, avevo letto che questo era il regno dei Sabei, ma non avevo fatto il collegamento. Clicco sul segnalino, che in questo caso è situato proprio sul giacimento archeologico e vedo delle splendide foto (in realtà è splendido il sito) con i resti delle mura perimetrali di un tempio e, al centro, una scalinata che conduce a un podio rialzato sul quale troneggiano cinque colonne. Anzi no, cinque pilastri (e mezzo). Era il tempio dedicato ad Almaqah, dio del Sole per i Sabei (ma venerato anche ad Axum, in Etiopia). Anche se poi venne conosciuto come il Trono di Bilquis (uno dei nomi attribuiti alla regina di Saba) probabilmente proprio per quelle colonne sul podio che ricordano un trono. Ci sono poi altre foto, con donne velate in nero come turiste e, quasi alla fine della serie, c’è una foto in cui le colonne/pilastri sono sette. Un altro miraggio? 

Uno dei due templi dedicati ad Almaqah, noto anche come il Trono della Regina di Saba
L’insieme dell’area sacra del Barran Temple

No, lì vicino c’è anche un altro tempio, il tempio di Awwam, anch’esso dedicato ad Almaqah e anch’esso legato alla memoria della regina di Saba. Se possibile è ancora più impressionante, anche se nella discesa dal satellite il segnalino non compariva e ho dovuto attivare la funzione “ricerca” una volta conscio della sua esistenza. Ci sono più edifici, tante sculture e iscrizioni, tante iscrizioni (several dozens, parecchie dozzine, dice la Wikipedia inglese, tutte risalenti all’ultimo periodo del regno Sabeo). E poi c’è un grande spazio ovale circondato da mura (lunghe oltre 750 metri e alte, adesso, 13 metri) che era la vera area sacra, la “casa” di Almaqah, che ha al suo interno varie strutture e più di una fontana.

Il tempio di Awwam dal satellite
Uno scorcio del tempio di Awwam

In pieno trip archeologico dimentico per un po’ la benedetta gelateria e vedo che pochi chilometri più a nord dei templi (sono sette, i chilometri, ma sulle mappe è difficile calcolare le distanze precise) ci sono anche i resti della vecchia Ma’rib. Antichi edifici diruti di qualche secolo fa (molti secoli fa), quindi già di tempi islamici, torri, moschee, case, sotto i quali però pare vi siano antche antichissimi resti Sabei.

Quel che resta dell’antica Ma’rib

L’altra sera a cena fuori Cottanello, in un ristorante (la Foresteria) che ha un dehors piacevolissimo con una vista mirabile sulla nostra Sabina, raccontavo di questo mio viaggio digitale all’amico Antonello. E lui, «Ma’rib, sì, ci sono stato tanti anni fa, quando ancora viaggiavo». E per un po’, tra la pizza alle patate e guanciale e gli stringozzi piccanti (specialità della casa), la conversazione ha virato sullo Yemen e mi sono ricordato di quando Antonello ci faceva vedere a casa sua il lapis pedicinus, la base di un antico torchio romano a leva per l’olio, dicendoci che nello Yemen ne aveva visto uno ancora in uso. E il trono della regina di Saba ha preso nuova vita nelle parole di quell’incredibile affabulatore che è il mio amico, peraltro assai divertito dalla storia della gelateria scomparsa. 

Accennavo prima alle fotografie dei siti archeologici. Quelle della città che si trovano dentro la pagina che si apre cliccando su Ma’rib sono fotografie in gran parte notturne: un reticolato di strade luminose dall’alto cui fa da contraltare un semibuio là dove sono le case e il buio completo la dove non ci sono né abitazioni né uffici e meno ancora negozi; una strada piena di luci e di automobili, vista da un tetto più alto; un’altra strada in piena luce con qualche persona che cammina tra le macchine parcheggiate. E poi ancora notturni pieni di vita e di automobili in movimenti; una panoramica della città da un punto sopraelevato mentre infuria un temporale e rami contorti di fulmini solcano il cielo.

Qui e sotto Ma’rib di notte

Tra le foto però ce n’è anche una di una singolare motocicletta con mitragliatrice. Una macchina di guerra che ci ricorda che lì, nello Yemen, è in corso da sette anni una guerra.

L’ultima notizia che trovo su Google è del 26 luglio di quest’anno e dice che «le milizie dei ribelli Houthi hanno intensificato i propri attacchi nella regione strategica di Ma’rib», situata a circa 120 chilometri a Est di Sana’a. Parallelamente, dopo una tregua apparente durata settimane, il gruppo sciita ha ripreso a lanciare droni e missili balistici contro il Sud dell’Arabia saudita. Fonti Yemenite dicono, dal canto loro, del successo delle truppe governative nel respingere gli attacchi e delle molte vittime tra i ribelli.

Dopo aver visto quelle meraviglie archeologiche, seppure solo in foto, confesso che mi aveva girato per il capino l’idea di andare a vedere tutto dal vivo/live (certo non in questa stagione). Il volo non è breve né supereconomico: quasi dodici ore di volo a partire da 852 euro, dicono gli annunci pubblicitari. Ma mi sa che per adesso me li risparmio, nonostante i racconti di Antonello…  

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