Mai rinunciare alla propria linea

Sono mancato una settimana da queste pagine, ma non (solo) per pigrizia. Il fatto è che per una settimana siamo stati privi della adsl, anzi, per una settimana avevano proprio cancellato la nostra linea telefonica (ufficialmente, perché nella realtà il telefono continuava a funzionare meravigliando tutti, gli addetti Telecom in primis). All’origine di tutto un mio peccato di hybris: ho pensato di  poter meritare qualcosa di più di questa scrausissima linea adsl che abbiamo, qui in mezzo alla campagna, a quattro chilometri dalla centrale più vicina. Così quando una gentile signorina mi ha chiamato per conto di Telecom per dirmi che era arrivata la fibra in paese e per chiedermi se volevo approfittarne ho detto subito sì. Quando è arrivato il consulente di Telecom mandato dalla suddetta signorina a illustrarmi e farmi firmare il contratto, ho saputo che di fibra ancora non si parlava ma ci sarebbe stata la possibilità di avere un adsl “fino” a 20 mega invece di quella attuale (che è “fino” a sette mega), un nuovo modem pronto per la fibra e di pagare un po’ di meno di canone. Unico neo: dovevamo rinunciare alla linea attuale e fare un contratto per un nuovo numero. Per questo dovevo mandare un fax (“un’ora prima che arrivi il tecnico con il nuovo modem e installi la nuova linea, per non pagare due bollette”, mi avevano spiegato) con il quale dichiaravo la rinuncia alla vecchia linea. Detto fatto, salvo scoprire, quando arriva il tecnico, che il modem è lo stesso che già avevo, e che l’adsl non è fino a 20 mega ma è la stessa che già avevo. Allora imprudentemente mi sono incazzato e ho detto che no, che non mi facevo prendere per i fondelli e che questo nuovo contratto non lo volevo, che si riportassero via tutto.

L’unico piccolo problema è stato quel fax inviato un’ora prima, nonostante mi avessero assicurato (dal 187, anch’esso di Telecom) che da solo non era sufficiente a far staccare la linea, che mi avrebbero chiamato quando l’avessero preso in carica e che mi sarebbe bastato dire di no, che la mia linea me la volevo tenere, per annullarne gli effetti. Quel maledetto fax invece ha lavorato sottotraccia da vecchia talpa, nessuno mi ha chiamato per sapere se davvero volevo rinunciare alla linea e alla fine ha fatto sì che la linea stessa venisse staccata. Vi risparmio le traversie attraverso cui sono passato, i vari operatori 187 che, rispondendo da Italia, Romania, Slovenia, dicevano chi una cosa chi il contrario di quella. Alla fine, quando ho deciso di muovermi “all’italiana”, ricorrendo cioè a conoscenze e amicizie, tutto è finito bene e abbiamo di nuovo la linea di prima.

imagesMa una cosa volevo segnalare ai miei ventitré lettori (non vedendomi almeno un paio si saranno stancati di seguirmi…) ed è una cosa che gli stessi operatori del 187 mi hanno raccomandato vivamente. Mai rinunciare alla propria linea, neanche per avere miglioramenti sostanziali. Tutti i miglioramenti si possono e si devono avere sulla propria linea. «Io ho messo la fibra ma non ho mica rinunciato al mio numero» mi ha detto una gentile signorina che rispondeva dall’Italia (vi risparmio il commento che mi è frullato in mente…). Ma perché allora mi è stata imposta quella rinuncia per avere quei miglioramenti (che evidentemente non meritavo) da qualcuno che si presentava per conto di Telecom? «Eh sa – mi ha risposto un gentile uomo che rispondeva anche lui dall’Italia – la nostra azienda sono più aziende. E non hanno tutti gli stessi interessi» ha aggiunto un po’ criptico. La verità me l’ha detta un simpatico vecchio tecnico sabino. «Il fatto è – mi ha spiegato – che chi ti chiama per conto di Telecom lavora in società dalle quali è pagato 400 euro al mese, più gli incentivi. E se si fa un contratto ex novo l’incentivo ammonta a ben sei euro, mentre, se è una variazione sul contratto precedente, è di soli due euro». Tutto ‘sto casino per quattro euro (anche se sulle cifre non ho fatto verifiche, del resto non faccio più il giornalista…). In altre parole, la modernità dei lavoretti e dei lavorini cui si viene costretti per campare, quella contro la quale spesso ci siamo lamentati quando abbiamo parlato del jobs act (ma il tutto comincia ben prima). Lo sfruttamento dei giovani (e anche dei meno giovani) che alla fine, in un modo o nell’altro, si ritorce su tutti. Perché nessuno (uomo o donna) è un’isola. Ed è un’illusione pensare che ci si salvi da soli, senza (o magari contro) gli altri.

P.S. A proposito di isole e di ricerca della salvezza, mi viene in mente una storia che mi raccontarono tanti anni fa, ambientata negli anni 60, quelli del grande terrore nucleare. Un gruppo di persone – erano tedeschi, credo – terrorizzate dalla paura del fall-out che sarebbe seguito al conflitto nucleare, cominciò a pensare a dove andare a vivere per evitarne le conseguenze e stare tranquilli. Prima pensarono all’Irlanda, ma era troppo vicina a Londra. Poi pensarono ad altre isole, ma erano tutte non abbastanza lontane da qualche grande città. Alla fine, pensa che ti ripensa – nel frattempo si era già arrivati alla fine degli anni settanta – trovarono il posto ideale e si trasferirono in delle isole che venivano chiamate in due modi, a seconda che a nominarle fossero gli argentini o gli inglesi. Erano le isole Malvinas, o Falkland.

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