Quelle dodici pagine

Ci sono libri che ti conquistano subito. Per la storia. Per lo stile. Per la scrittura. Perché in quel momento hai bisogno di un libro così. Perché in quel momento di tutto avevi bisogno tranne che di un libro così ma quel libro ti coinvolge, anzi, ti travolge lo stesso. Perché quel libro ti parla senza che l’autore ti conosca.

imagesPoi ci sono libri che aspettavi da tempo, di cui pregustavi la lettura, magari ritardandola per poterla meglio gustare. Come è successo a me con Eccomi, il terzo romanzo di Jonathan Safran Foer, ex bambino prodigio della letteratura americana, che mi aveva molto colpito con il suo esordio, Ogni cosa è illuminata, ma soprattutto con il suo secondo romanzo, quel Molto forte, incredibilmente vicino, che per primo o quasi affrontava il dramma dell’11 settembre. Non ho letto il suo saggio Se niente importa (in originale Eating animals), sull’orrore degli allevamenti intensivi degli animali e sulle ragioni etiche di una scelta vegetariana, un po’ perché sono carnivoro convinto, un po’ perché ho già tanti sensi di colpa che non vorrei introdurne altri nella mia vita. Ma aspettavo con ansia questo suo nuovo romanzo, uscito nel 2016 a oltre dieci anni dal precedente. E insieme lo temevo, tanto che l’ho lasciato lì, sul baule che funge da comodino, per un anno.

Oggi sono arrivato a pagina 414 delle oltre 660 di cui consta l’edizione italiana e il mio feeling nei confronti del libro fino a ora era stato abbastanza double-face. Sono rimasto ammirato dall’intelligenza che sprigiona dalle pagine di Eccomi in quantità quasi industriale. È talmente ricco di frasi brillanti una dopo l’altra da ricordare i primi film di Woody Allen, quelli così pieni di battute che ne perdevi la metà, impegnato com’eri a ridere. Ma proprio questa caratteristica a volte fa venire in mente un’esibizione di bravura – gli abbellimenti del soprano rossiniano – più che la rappresentazione di emozioni profonde – l’aria della Contessa nel terzo atto delle Nozze di Figaro di Mozart.

Poi sono arrivato alla pagina 401, quella dove nel corso del funerale del vecchio Isaac Bloch, il capostipite della famiglia di cui si racconta nel libro (sfuggito per miracolo alla Shoah ed emigrato negli stati Uniti dopo la guerra) iniziano i discorsi che lo ricordano. Parlano i pronipoti. Il nipote e il figlio non riescono a parlare. Poi parla il rabbino. E le pagine con i suoi ragionamenti sulla morte e sul ricordo sono assolutamente meravigliose. Le ho già lette due volte e ho ancora i brividi. Andrò avanti nella lettura, ovviamente, ma ho già messo un segnalibro perché so che tornerò a leggerle ancora e ancora.

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