Il diario di prigionia di papà. Parte prima

Ho scritto più volte di come papà raccontò assai poco, a noi figli, del periodo in cui fu prigioniero di guerra. Prima dei tedeschi, poi dei russi, che li avevano “liberati” (le virgolette sono d’obbligo per quanto mi ricordo dei suoi pochi racconti) ma che li tennero ancora sei o sette mesi in giro tra Polonia e chissà dove, prima che potessero prendere la strada del ritorno a casa.

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Il quadernetto verde e una foto del corso allievi ufficiali

La prima nota del suo Diario di prigionia è datata 9 settembre 1943. L’ultima, 3 ottobre 1945. Il diario è un quadernetto formato 8 per 10 con la copertina in tela verde. Dentro papà scrisse i suoi appunti a matita e, per fortuna, ricopiò (e decifrò) il tutto in un’agenda del 1982. Si tratta di appunti assai stringati, spesso due o tre parole. Un vero promemoria.

Il primo appunto è del 9 settembre, giovedì. «Ore 5. Vengono a prenderci e ci disarmano. Partono i diplomatici». In alto, tutta sottolineata, la parola Prigionia!, con tanto di punto esclamativo alla fine (e papà era forse meno propenso del sottoscritto all’uso del punto esclamativo).

Facciamo un passo indietro. Eugenio Galantini Novi Lena era partito a luglio per la Germania. Sottotenente in aeronautica,  parlava il tedesco come l’italiano (l’aveva appreso fin da bambino a casa, da sua madre Maria, figlia di un boemo tedesco di Praga e di una ebrea di Lipsia) e grazie a questo “dono” linguistico ebbe in sorte di essere mandato nella capitale del Reich a meno di due mesi dall’armistizio dell’8 settembre. E quando alla fine d’agosto-primi di settembre da Berlino era un fuggi-fuggi verso Roma – raccontava papà – lui rimase e a chi gli diceva “Galantini, non fare il coglione” rispondeva: “Non posso partire senza congedarmi dal mio superiore”. Ma il superiore era già partito da quel dì… Sia come sia, il 9 vengono fatti prigionieri.

Dal 10 venerdì al 17 venerdì, «Permanenza alla villa; tentativi di risolvere la situazione. Salviamo qualcosa». La villa era l’Ufficio dell’addetto aeronautico in Berlino e si trovava sulla Heerstrasse, fuori dal centro di Berlino, praticamente sul fiume Havel. Lì, per dieci giorni aspettano mentre un tenente del loro gruppo (tale LoCascio) contatta un capitano della Luftwaffe (Trautwein), di cui era cugino. La mediazione ha qualche effetto («Salviamo qualcosa») ma comunque dopo una settimana vengono portati via dalla villa.

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Un cartoncino che mio padre conservava in un vecchio portafoglio assieme a molte foto di mia madre Lisa, con la quale si era fidanzato proprio prima di partire

17 venerdì, ore 14. «Ci portano al Stalag III D a Belle Alliance Strasse. Arriviamo a Luckenwalde (in nota spiega che questo era invece Lo Stalag III A)
18 sabato. «Bagno e cambio recinto».
19 domenica. «Pagnotta in 7».

Il 20 settembre c’è una seduta spiritica (ce ne saranno altre due – o almeno papà ne ricorderà altre due: una il 4 ottobre, una il 23, quest’ultima “con trance” e una serie di predizioni sul futuro assolutamente sballate). E allora ecco la prima nota.

20 lunedì. «Prima seduta spiritica. Mazzini: fiducia in Dio e nel diritto. Laszinski: con i fiori». Annotazioni misteriose

L’indomani e il giorno successivo due note scheletriche.

21 martedì. «Aut-Aut. Discorso di De Petri»
22 mercoledì. «NO»
Credo che sia il primo rifiuto opposto da papà (e da molti altri a quanto raccontò) a tornare in Italia per combattere con Salò. Non so chi fosse De Petri, immagino qualcuno che dovesse convincerli a fare la scelta per la Repubblica sociale. Ma la risposta, almeno quella di papà sul taccuino, fu lapidaria.

3 thoughts on “Il diario di prigionia di papà. Parte prima

  1. STORIE IMPORTANTI. COME TANTE IN QUELL’EPOCA: MIO SUOCERO HA FATTO IL PARTIGIANO; LA FAMIGLIA DI MIA MADRE A L’AQUILA NASCONDEVA IN SOFFITTA UN SOLDATO AMERICANO; MIO PADRE AIUTAVA FAMIGLIE EBREE. NOI POSTBELLICI SIAMO STATI DECISAMENTE PIU’ FORTUNATI.

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