L’eremo sopra Poggio

Qualche tempo fa, l’ultima volta che sono andato a farmi capelli e barba, mi sono messo a parlare con Mario, il parrucchiere, di passeggiate sui monti Sabini. E ho scoperto un esperto di quei sentieri che da qualche tempo ho cominciato a frequentare, un appassionato della sua terra, che conosce in lungo e in largo, prodigo di consigli e di suggerimenti di passeggiate.

A un certo punto mi ha chiesto se ero mai stato ai ruderi dell’eremo dei Santi Cosma e Damiano, proprio sopra Poggio, che è più conosciuto come di S. Cosimo, evidente storpiatura del nome Cosma. Alla mia risposta negativa mi ha spiegato come ci si arrivava e mi ha esortato ad andarci, facendomi anche vedere, dalla piazza davanti al negozio, dov’è il monte di S. Cosimo.

Oggi gli ho dato retta e ci sono andato. Lasciata la macchina al solito “bottino” al fine della strada asfaltata che sale da S. Valentino, ho seguito le sue indicazioni: ho preso la carrareccia e, dopo una ventina di metri, un sentiero che sale a sinistra nel bosco. Dopo una decina di minuti sono arrivato – come mi aveva detto Mario – alla Crocetta, una radura con tanto di capanna, tavoli e barbecue per chi voglia ristorarsi. Da lì l’indicazione era di salire sulla destra verso la cima del monte, trovando un sentiero nel bosco. Non sono bravo a trovare i sentieri. Uno l’ho trovato, ma non saliva nel bosco bensì lo costeggiava in piano. Dopo un’altra decina di minuti sono arrivato alla fine del sentiero, alla carrareccia (quella al cui inizio avevo lasciato la macchina) che costeggia il monte dall’altra parte. La tentazione a quel punto è stata quella di mollare tutto e rimandare la salita a un’altra volta. Ma poi la tigna ha preso il sopravvento e mi sono messo a salire nel bosco, che fortunatamente d’inverno è abbastanza spoglio. Dopo un po’ ho visto il terreno bello smosso – segno evidente di passaggio di cinghiali – e mi sono inquietato un po’. Ovviamente ho sentito subito rumori di arbusti spezzati e, con la coda dell’occhio, mi è sembrato di vedere qualcosa muoversi a una cinquantina di metri da me. A quel punto ho deciso di scendere ma, scendendo, ho trovato un bel sentiero che saliva e ho cambiato ancora idea, alla faccia dei cinghiali e della coerenza.

Così in pochi minuti sono arrivato in cima e tra gli alberi e gli arbusti ho intravisto la chiesetta dell’eremo: essendo arrivato dal retro, quello che avevo davanti era un muro della navata e, a destra, l’abside.

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Ho girato attorno ai ruderi e ho visto la porta della chiesa.

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Sono entrato e la navata è ancora più o meno tutta lì, almeno fino a una certa altezza, con la natura che ovviamente si è riappropriata del posto.

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Nelle carte di Farfa, che lo possedeva, l’eremo (forse nel medioevo un piccolo monastero) è sempre collegato al castello di Luco, le cui rovine si trovano su un’altura non lontano, che probabilmente fu il primo nucleo abitato (nel IX e X secolo) di quello che poi è divenuto Poggio Mirteto. A S. Cosimo è attestata la presenza di un eremita fino agli inizi del 1700. Da allora è stato più meno abbandonato e oggi è come lo vedete dalle foto qui sopra.

Da lì ho trovato un sentiero che ho seguito scendendo. Ma ho capito ben presto che non mi avrebbe portato alla Crocetta. Dopo un quarto d’ora, infatti, ero di nuovo sulla carrareccia, a mezzo chilometro dalla macchina, in un posto che i locali chiamano Cerquabella, anche se la quercia non c’è più, travolta dal pick up di qualcuno che o s’era addormentato o gli si erano rotti i freni. La potenza dei nomi…

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