La zia Paola, o dell’accoglienza

Proprio mentre finivo le mie fatiche rieducative in clinica, a Bologna se ne andava la zia Paola. Non sono nemmeno riuscito ad andare al suo funerale e questo, per uno come me, che non crede se non nel ricordo e nella presenza, è stato un vero e proprio dolore.

ziapaola

La zia Paola, in una foto di qualche anno fa

Ma se la presenza mi è stata inibita da cause di forza maggiore, il ricordo quello nessuno me lo può inibire. E anzi con l’andare dei giorni aumenta di intensità. La zia Paola (anche adesso che ho quasi sessant’anni mi è quasi impossibile chiamare o pensare alle zie solo con il nome: ci sono riuscito un pochino con Marcella gli ultimi anni e con Roberta, che però è la zia giovane e quindi è quasi naturale), la zia Paola dicevo è stata probabilmente quella che ho conosciuto meglio e che sicuramente ho frequentato di più, a partire da quei sei mesi di Milano a cavallo tra 1972 e 1973. In quel periodo infatti ho vissuto a casa con lei, lo zio Luciano e i cugini Alessandra e Luigi, mentre facevo il mio stage alla Dalmine. In quella casa sono stato accolto e trattato come un figlio e infatti l’accoglienza, la disponibilità, la dolcezza sono le caratteristiche che più mi vengono in mente quando penso alla zia. Che da giovane aveva recitato nel teatro universitario a Bologna e che tra l’altro era delle quattro sorelle (con mia madre e lo zio Ciro facevano una splendida sestina…) quella che fisicamente più assomigliava a mamma. In quei sei mesi (mia madre era morta nemmeno un anno prima) c’erano momenti in cui la zia piegava il capo in un modo, o si riavviava i capelli, e a me veniva un tuffo al cuore…

Dopo Milano sono stato ospite a casa loro tante volte l’estate al mare a Sirolo, settimane di riposo assoluto e di grande tranquillità tra la spiaggia di sassi sul Conero e la casa, coccolato come un piccolo (mica tanto…) principe, con veri e proprio tuffi nel passato anche a tavola: tutte le zie (e anche mia madre) avevano lo stesso imprinting culinario emiliano-romagnolo (cucina con burro, arrosti con il latte, polpette, tortini di verdure) che evidentemente derivava dalla nonna Angela e/o dalla Peppina, la mitica tata della famiglia.

E poi la casa di Via dei Mille  a Bologna, con quell’incredibile potos in salone che ormai ha più di cinquant’anni e che mi ha sempre fatto una grande invidia. La casa della zia e dello zio Luciano, altra persona fuori dal comune, serissimo direttore di banca capace di sorrisi straordinari e di gag un po’ lunari. Una storia, la loro, di quelle di una volta. (E se i miei cugini sono quelle belle persone che sono, conta il loro dna ma conta anche essere cresciuti con due genitori così…). Due genitori così uniti che, quando lo zio si ammalò, lei lo accudì fino alla fine con tanto di quell’affetto da restare poi quasi svuotata quando lui se ne andò. Il mondo senza il suo Luciano non le sembrò più pieno di interesse, lei che era stata così amante della musica, del teatro, della lettura. E se ne staccò in qualche modo a poco a poco.

Quando l’ho vista l’ultima volta, più di  anno fa, avevo paura – io sono terrorizzato dalla malattia, quasi più che dalla vita – che non mi riconoscesse. E invece fu un incontro bellissimo. Parlammo di tante cose e tutto era assolutamente normale. A un certo punto, parlando di mia moglie, mi disse candidamente che non si ricordava se l’aveva mai vista. Io ci pensai un po’ e poi dovetti ammettere che neanche io me lo ricordavo. Neppure la mia memoria è più quella di una volta…

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