Lo sleprone

Non riesco a ricordare bene l’anno, ma deve essere stato alla metà degli anni settanta. Era d’estate. Era al Lido di Spina. Era durante un pranzo dalla nonna Angela.

A tavola c’erano anche due ragazzini, probabilmente mio cugino Luigi e il nipote della Peppina (che mi sembra si chiamasse Fabrizio, ma non ne sono sicurissimo). A fine pranzo mia nonna si rivolge loro in dialetto (credo ravennate) e dice qualcosa che suona più o meno così: “Andate a prendervi” (questa parte la traduco perché la capii e perché non saprei come scriverla nella grafia appropriata) “an slepron”. Io per qualche secondo feci finta di niente e poi candidamente chiesi: “Nonna, ma che cos’è uno sleprone?” Lei mi guardò un po’ perplessa. Al che specificai: “Sì, quello che hai appena detto a Luigi e Fabrizio di andare a prendere”.

Sguardo ancora perplesso, poi si accende la luce. E parte la risata. “Lo sleprone? Gli ho detto di andare a prendersi un gelato per uno”. “An zle pr’on”.

 

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