Il mio 25 aprile

Non sono mai riuscito a festeggiare il 25 aprile. Non è certo un problema politico. È una vita che sto con la testa e con il cuore da una parte, che ovviamente ritengo la parte giusta, quella che il 25 aprile festeggia appunto la liberazione dal nazismo e dal fascismo e nei fatti la fine della guerra in cui il regime trascinò il paese dalla parte sbagliata.

Il mio problema con il 25 aprile è umano e familiare. Di affetti e di dolori incancellabili. Non tanto miei, quei dolori (ché io sono nato otto anni dopo e quelle vicende non le ho vissute in prima persona) quanto di chi, come mia nonna, mia madre, le sue quattro sorelle e suo fratello si vide portare via in quei giorni, in modo brutale, ingiustificato e ingiustificabile, il marito e il padre: mio nonno Lino Urbinati (il suo vero nome era Angelo e non a caso mio fratello e un cugino si chiamano entrambi così).

La foto di nonno che mia madre aveva sul comodino. Sul retro, la dedica: A Lisa, la prima, con paternissimo affetto lontano, per esserle accanto, Babbo. Fronte russo, 22 settembre 1942, XX, 48° compleanno

Tutto avvenne a Milano in quel periodo tremendo che fu la settimana successiva al 25 aprile, la settimana della resa dei conti come ha scritto Gianni Oliva. Mio nonno era fascista, un fascista convinto, della prima ora. Era stato anche vice federale di Ravenna. E nel 1942 era partito volontario per la campagna di Russia (non era un militare di carriera e aveva all’epoca 48 anni) con il grado di colonnello. Ne era tornato proprio in quell’aprile del 1945, stremato dalla ritirata e malato di cuore.

Mia madre non ha mai parlato molto, se non per somme linee, di quello che successe in quei giorni. Mamma raccontava che vennero una mattina, i partigiani, e lo portarono via, assieme a un cugino che viveva con loro (“avrei potuto esserci io al suo posto”, diceva). Non sono più tornati. Dopo averli cercati in carcere, a S. Vittore, li cercarono al cimitero. E toccò a lei riconoscerli.

Qualche  tempo fa ho avuto da mio cugino Marco uno scritto di suo padre, che quella vicenda visse in prima persona, da cui ho saputo di più di quei giorni. Nonno Lino, racconta lo zio Guido, venne denunciato come “pericoloso fascista” da qualcuno, prelevato a casa (assieme a un nipote di vent’anni e allo stesso Guido) da un gruppo partigiano della Brigata Garibaldi, e quindi sottoposto a un “processo” più che sommario, alla fine del quale il verdetto fu “S.Vittore Lambro”. Venne portato via e nessuno l’ha più visto vivo. Venne infatti ucciso (assieme al nipote) con un colpo alla nuca e sepolto in una fossa comune nel cimitero di Musocco. (Lo zio Guido si salvò perché uno dei partigiani, avendo visto nel suo appartamento lo stemma di una scuola di sci, aveva poi accertato di avere delle conoscenze in comune e questo era bastato a salvargli la vita).

Nonno Lino non aveva ancora 51 anno quando venne assassinato.  I miei, racconta sempre lo zio Guido, dopo aver a lungo pensato, per quel “S. Vittore Lambro”, che fosse stato portato in carcere, e averlo inutilmente cercato a S. Vittore, capirono. Mia madre, la figlia maggiore, all’epoca ventunenne, s’incaricò della ricerca nei registri del cimitero e alla fine identificò il padre e il cugino: “calvo, con baffetti, sandali ai piedi, di circa 50 anni, il padre; giovane bruno, occhi scuri, ferita dietro l’orecchio sinistro, di circa 20 anni, il cugino” scrive lo zio Guido.

Questa è la storia. Questo è il motivo per cui per me il 25 aprile è una festa dimezzata. Anzi, a dirla tutta, non è una festa. Ho sempre avuto un certo pudore a parlare di tutto questo, anche se chi mi conosce bene questa storia più o meno la sa. Tutte le polemiche sul “sangue dei vinti” non mi hanno mai convinto, se lo scopo era quello di fare una melassa in cui tutto è eguale e non c’è più torto e ragione. La guerra è una cosa orrenda. Una guerra civile è anche peggio. C’era però – durante la Resistenza e anche prima – una parte giusta e una parte sbagliata. E non ho certo problemi a dire che quella di chi la pensava come mio nonno era la parte sbagliata. Ma anche che le responsabilità sono sempre individuali.

Mio nonno, se pure stava dalla parte sbagliata, era una persona per bene. Un guascone, un romagnolo senza mezze misure (nella prima guerra mondiale aveva avuto tre medaglie al valore). Una persona per bene che, consapevole di non aver fatto nulla di male, e anche evidentemente ingenua, non pensò nemmeno a nascondersi, come fecero in tanti, come sicuramente gli consigliarono di fare. Una persona per bene, che avrei voluto conoscere.

Nonno Lino e nonna Angela (gli ultimi due a destra) intorno al 1920, con i genitori di lei, Elisa e Roberto Gulmanelli e, a sinistra, lo zio Peppino

7 thoughts on “Il mio 25 aprile

    • Sono stato tentato di cestinare direttamente questo commento ignobile, che mi ha fatto male. Ma poi, siccome nel gioco del blog è previsto anche che gli stronzi possano parlare, ho deciso di lasciarlo. Mi rasserena un poco il fatto di non conoscerlo, questo bob, e che grazie a dio non dovrò nemmeno conoscerlo. Il suo commento mi è bastato

      • io discendo da un fascista e sai perché? perché mia nonna era moglie di un partigiano. Furono catturati dalle brigate nere mobili della repubblica sociale Italiana. Mio nonno fu ucciso, mentre mia nonna fu violentata dai fascisti e rimase incinta di mio padre.
        Il fascismo ha causato tanto dolore a tante persone. E la colpa non è di un solo uomo, non è di Mussolini. Perché di insani di mente come Mussolini e Hitler il mondo ne è pieno. Il problema è quando questi energumeni vengo ascoltati e appoggiati dalle persone normali, da quelli che appunto furono i fascisti della prima ora. Tuo nonno, al pari di tanti altri che permisero l’ascesa del fascismo, è responsabile di ciò.
        Purtroppo dopo la guerra si decise per l’amnistia e molti, troppi, rimase impuniti.
        Io porto dentro di me odio, rancore e vendetta. Tutte cose sbagliate, perchè altrimenti il male continuerebbe a perpetuarsi. Contro tuo nonno qualcuno ha eseguito la sua vendetta personale. Il che sicuramente è sbagliato, perché non si può vivere in uno Stato dove ognuno fa quello che vuole. Però rimane il fatto che l’amnistia fu un grave errore. Avrebbero dovuto fare un processo, e per molti la giusta condanna sarebbe dovuta essere la morte. Vorrei provare pena per quello che è capitato a tuo nonno, ma non ci riesco, l’odio e il desidero di vendetta non se ne sono mai andati da me.. Vorrei avere la forza di condannare quella che è una vendetta personale, ma purtroppo diventa anche la mia vendetta.

      • Mentre il nonno di bob veniva ucciso (e sua nonna violentata) dalle brigate nere, mio nonno, appena tornato dalla Russia, veniva ucciso da sedicenti partigiani. Ribadisco: nonno stava dalla parte sbagliata, ma era una persona per bene. E in tutti gli orrori perpetrati durante la guerra civile non c’entrava per niente. E dunque non meritava di essere ammazzato come una bestia. Io non provo odio per nessuno. E non voglio giudicare chi, accecato dall’odio, giudica a priori, in nome di una “colpa collettiva”. Come ho scritto, le responsabilità sono individuali. È uno dei caposaldi della nostra civiltà, o almeno della mia.

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