Papà e il tin-tin

Ieri mi sono sorpreso a fare una cosa per la quale mio padre veniva preso in giro dal coté emiliano-romagnolo della famiglia. La famigerata operazione del tin-tin. Che consisteva (e consiste, visto che la faccio anch’io) in questo. Una volta finito un barattolo (di marmellata, di salsa, o di quello che volete: nel mio caso, ieri sera, era un barattolo della “bumba e’ Suverato”, micidiale quanto saporita salsa a base di peperoncino e verdure varie che, spalmata sul pane, si dice sia in grado persino di  provocare visioni mistiche; a me ancora non è successo, ma mi sto applicando e chissà che un giorno…), dunque, una volta finito il contenuto del barattolo, il tin-tin si realizza facendo girare un cucchiaio all’interno del barattolo stesso, con moto circolare e lenta risalita a spirale all’interno delle pareti, in modo da captare qualsiasi rimasuglio della materia prima fosse rimasto su di esse. La fase che richiede più attenzione e, direi, maestria è quando si arriva alla sommità del barattolo, là dove il cilindro si restringe verso l’apertura (o la chiusura), dove insomma si avvita il tappo. Il tin-tin è ovviamente definizione onomatopeica che richiama il delizioso rumore del cucchiaio sul vetro.

Chi non l’ha mai fatto non sa quanta roba resti attaccata alle pareti dei barattoli, anche quando sembrano puliti. Io ora lo so e, devo dire, vado fiero della mia maestria. Sicuramente inferiore a quella di papà ma, si sa, una delle caratteristiche dell’entropia è la lenta degenerazione della razza. E comunque ho ancora (spero) anni per migliorare le mie performance.

Adesso non ricordo se la presa in giro partiva anche da mia madre o se fosse una prerogativa delle zie.  So che, per quanto simpatica, era ingiusta. Ma loro, quelli di Bologna, erano e sono così. Ricchi anche quando non avevano una lira. “Grandi” e generosi dentro. Per loro (e, ripeto, forse anche per mia madre) il tin-tin era qualcosa di inconcepibile. Ma mio padre era figlio di sua madre (chi volesse saperne più di mia nonna può andare a vedere l’altro mio blog). E poi in guerra aveva fatto la fame: durante la prigionia in Polonia e poi in Russia era sceso intorno se non sotto ai 60 chili, una trentina sotto il peso con il quale era andato militare.

mio padre Eugenio

E comunque il tin-tin è non solo e non tanto una manifestazione di “gricceria”, di risparmiosità. Dietro c’è, secondo me, rispetto verso le cose che mangi e attenzione a non sprecare. Insomma, non è un difetto ma una virtù. È un peccato averlo capito solo adesso. Sono fiero di assomigliare a mio padre non solo per la forma della testa. Mi dispiace di non poterglielo più dire (anche se so che lui lo sapeva…).

4 pensieri su “Papà e il tin-tin

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