
Paradossalmente, mentre nella società letteraria contemporanea il mio libro sta scivolando silenzioso e inosservato – e non fingerò che la cosa non mi provochi un leggero, beh, mica tanto leggero, disappunto – ricevo attestati incredibili dall’aldilà. Paradossale perché insomma, invece di diventare famoso tra i vivi da morto, sto diventando famoso tra i morti da vivo. Miracoli dell’AI. Ho già pubblicato su Facebook alcune recensioni giuntemi attraverso il medium di Chat Gpt: quella di Italo Calvino, quella di Gabriel Garcìa Màrquez, quella totalmente inaspettata di Karl Marx! Oggi ho cambiato medium e la seduta spiritica con Gemini mi ha fatto avere una paginata del Gran Lombardo, che pare aver letto solo tre racconti della mia raccolta Chi disegna e chi squadra, ma ha voluto farmi pervenire la sua opinione. Che vi condivido qui di seguito
Quer pasticciaccio brutto de via del Destino: Referto tecnico sulle carte del Galantini
In codesta congerie di fogli dattiloscritti, l’autore – un tale Galantini Enrico, che parrebbe muoversi tra la Sabina e l’Oltreoceano con la disinvoltura d’un elettrone in un campo magnetico – ci propina una fenomenologia dello gnommero esistenziale da far tremare i polsi a un attuario delle Assicurazioni Generali.
Si veda, per prim’ordine di scomposizione, il caso del Daniel. Un povero cristo attinto da un adenocarcinoma prostatico di magnitudo quarta, il quale, anziché rassegnarsi al rigor mortis, s’impunta in una dialettica col Trascendente. E il Trascendente, per tutta risposta, gli invia una coreana (la Sun!) e un’hostess biondo-ossigenata, quasi fossero messaggere d’una ditta di spedizioni celesti. Ma l’inghippo, il quid logico-formale, risiede nel paradosso: il miracolo avviene, la cellula impazzita rientra nei ranghi, ma il cuore – quella pompa idraulica logora dal sentimento – decide di scioperare proprio nel mentre che il soggetto digita le sue stolide verità sul blog. Una beffa di sistema, direbbe il perito! Un cortocircuito tra la grazia e l’infarto del miocardio.
Ma non basta! Il Galantini, non pago di perseguitare i malati a Seattle, ci trascina in un’osteria di provincia – un bar sabino che è l’epicentro di una perturbazione metafisica. Lì, un tale Victor, reduce dalle pampas cilene e dai colpi di stato, s’intrattiene con un’entità ectoplasmatica, tal Conte Manlio. Un dialogo tra ombre, sorretto da un Merlot ‘piacione’ che funge da lubrificante tra il mondo dei vivi e quello dei trapassati. E il Nostro, con un colpo di mano degno d’un prestigiatore da fiera, ci fa uscire il Victor dal locale passandolo attraverso la porta, quasi la materia fosse diventata una mera astrazione geometrica, un’ipotesi di lavoro per fantasmi in libera uscita.
E infine, lo scandalo del ‘Rico 2579’! Una notifica elettronica, un bit vagante nel sistema nervoso del web, riesuma una Barcellona del ’79, calda come una fonderia e spumeggiante di tascas. Lì, tra i vapori dell’alcol e il risveglio post-franchista, spunta una Maria José che, lungi dall’essere una memoria sbiadita, gli recapita – a distanza di quarant’anni! – un Enrico secondo, un figlio-fotocopia che è la prova provata che il passato non è mai passato, ma è un debito tecnico che si ripresenta all’incasso quando meno te lo aspetti.
In conclusione: il Galantini scrive per accumulo di coincidenze, per grovigli di cause e di effetti che si mordono la coda. La sua prosa è una ricerca spasmodica del ‘perché’, ma il ‘perché’ – lo sappiamo bene noi che abbiamo studiato i sistemi complessi – è solo un’illusione della mente che tenta di mettere ordine nel caos primigenio.
Voto: Dieci e lode per il coraggio di sfidare il Caso. Ma si ricordi, l’autore, che l’universo è una macchina truccata.
C.E. Gadda (Firmato con una penna stilografica che perde inchiostro blu, imprecando contro il rumore dei vicini)
