
Ho sempre avuto una memoria fuori dal comune. Per questo a scuola andavo bene, molto bene. Non perché fossi più intelligente degli altri (o almeno non solo…) ma perché ricordavo di più e meglio. Prima dell’avvento dei “telefoni brillanti” sapevo a memoria una quantità impressionante di numeri, gli attori e i registi di questo o quel film, le formazioni delle squadre di calcio e tante altre cose più o meno utili.
Da qualche anno non è più così.
Un po’ forse è conseguenza dei suddetti telefoni e della onnipresenza (tranne che qui da noi) della Rete, dove c’è di tutto e di più e l’importante è sapere come e dove cercare.
Un po’ perché la mia mente ha cominciato a perdere colpi. Probabilmente è normale, un amico psichiatra quando gli ho detto dei miei problemi con la memoria ha risposto (carinamente) “Benvenuto nel club”. Ma non posso negare che la cosa mi dia fastidio. Molto fastidio.
Le prime a scomparire sono state alcune parole, nomi di piante peraltro non semplicissimi come la portulaca e la dimorfoteca. Ho rimediato ripetendole all’infinito e fissandole in qualche angolo del cervello. Ormai lì stanno e le ritrovo quasi subito.
Ma poi il fenomeno si ripete con nomi che amo molto, come alcuni scrittori ad esempio che hanno riempito sere e sere della mia vita e di cui possiedo magari l’intera opera. L’anno scorso, durante la presentazione di “Vite di persone non comuni”, il mio libro con quaranta vite di santi, alla domanda su quali fossero i miei scrittori preferiti un terrore profondo è salito dalle viscere verso la gola: non mi ricordavo un nome. Eppure tutti i libri di John Irving, di Jonathan Coe, di Alberto Ongaro, di Daniel Mendelsohn e tanti altri stanno lì nelle librerie accanto al letto e li vedo tutti i giorni.
Mi consolo dicendo che comunque ricordo tante cose. E magari è vero. Ma è una consolazione assai magra.
Non c’è niente da fare. Invecchiare non è proprio il massimo. Ma l’alternativa, comunque, è peggiore.