Lo ammetto: il gioco di parole è un po’ scontato. Ma mi piaceva. E allora, perché no? Qui comunque la persona specchiata è davanti alla casa della zia Roberta a Bologna (faccio fatica a non scrivere “la casa della nonna”) sabato scorso.
Il cancello è (almeno credo) lo stesso di sessant’anni fa (allora però mi sembra fosse verde e il vetro di sicuro non c’era). In quel cancello infatti noi bambini facevamo a gara a chi passava senza aprirlo. Ed era facile, contorcendosi un po’: dalla foto forse non si capisce, ma la larghezza tra una sbarra e l’altra non è più di trenta (30) centimetri. Adesso, manco la capa, ci cape…
La casa dentro è cambiata, ovviamente. Ma per certe cose è una capsula del tempo. Certi quadri, il salotto, il tavolo da pranzo. E poi un angolo scaldato dal sole nel quale nonna Angela, sempre più piccola e curva man mano che si avvicinava ai cent’anni, sedeva in una poltroncina, lavorava all’uncinetto e pregava. E quando le facevo una carezza, piegava la guancia per trattenere la mia mano e sussurrava: “Il mio Righello”.
Pure l’ascensore è sempre lo stesso. Mi ricordo che da piccolo allungavo il collo, aguzzavo lo sguardo e sillabavo: “Sa-bi-em”, il nome della ditta sulla targhetta con i dati tecnici. E anche il numero di telefono non è cambiato mai.
Siamo noi che cambiamo. E prima o poi (speriamo abbastanza poi…) ce ne andiamo.
