L’otto, l’ostrica e l’infinito

i disorientatiHo appena finito I disorientati,  un bel romanzo di Amin Maalouf, scrittore libanese che non ha paura di ragionare sui grandi temi, con stile alto e bella lingua (grazie Rob per avermelo consigliato). Quello di cui parla il libro, al di là della trama, che comunque non si racconta mai per principio, è la scomparsa di quel mondo levantino (parola che da noi ha connotazione negativa, ma che invece è sinonimo di tolleranza) di cui il Libano appunto è stato una delle espressioni più indovinate, con l’equilibrio e il rispetto reciproco tra i credenti delle tre religioni monoteiste, e una coesistenza andata a pezzi negli anni settanta, quando il Medioriente ha finito per diventare quella polveriera che ancora adesso è.

maaloufMi è piaciuto questo libro, così come mi erano piaciuti a suo tempo Samarcanda e Con il fucile del console d’Inghilterra. Mi ha coinvolto molto il tentativo del protagonista, esule da tempo in Francia, di ricostruire e ritrovare le ragioni, dopo la morte di un ex amico nella terra natia, della propria gioventù e di quella del gruppo di amici che la guerra, il tempo e le traversie della vita avevano poi separato. Come mi ha toccato il senso di sconfitta che prova per la fine della tolleranza, la sconfitta della laicità e l’insorgere sempre più forte dell’estremismo religioso, nonostante questo sia spesso – come dice uno dei protagonisti del libro –  più appartenenza a un gruppo che credo profondo. Di solito rimuovo questi ragionamenti; questo libro mi ha costretto a farci di nuovo i conti.

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E allora forse non è un caso che l’altro giorno, guardando le foto del viaggio in Francia, mi sia capitata sotto gli occhi questa immagine scattata a Les Baux de Provence

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Questa finestra miracolosamente rimasta intatta (o più probabilmente sapientemente ricostruita) di una dependance dell’Hotel de Manville, mi aveva già colpito la prima volta che eravamo stati lì. Anche perché sull’architrave c’è una bella scritta, dal tono evidentemente biblico.

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Post tenebras, lux. E la data: 1571. Dopo le tenebre, la luce. Sintesi (più assertiva dell’originale) dell’espressione del libro di Giobbe: Post tenebras, spero lucem. Bella scritta, bel messaggio di speranza. Anche se in quel contesto ha evidentemente anche un altro senso. Perché quella frase è un motto della riforma protestante, che a LBDP venne soffocata nel sangue dalle truppe del cardinale Richelieu nel 1632.

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L’altra sera ho visto un pezzetto di un telefilm francese. Dove, a domanda del padre, il figlio risponde. “Era chiuso come un otto”. Il padre lo guarda, prima perplesso poi divertito. “Come un’ostrica, si dice – gli replica –. Chiuso come un’ostrica“. E il bambino: “Ma anche l’otto è chiuso”. All’inizio ero soddisfato di aver capito il gioco di parole in francese, dove huit (otto) e huitre (ostrica) hanno una pronuncia assai simile. Poi però mi è venuto in mente che è vero, sì, l’otto è chiuso, ma anche che un otto “sdraiato” è il simbolo dell’infinito.

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Me la smetto qui (come diceva qualcuno che adesso non ricordo). Perché mi sento come lo Snoopy di quell’immortale vignetta in cui, dopo aver citato una serie di avvenimenti, concludeva la striscia, guardando negli occhi il lettore con quel suo sguardo da bracchetto, più o meno con queste parole: Ci deve essere un senso in tutto questo. Anche se non so quale sia.

2 thoughts on “L’otto, l’ostrica e l’infinito

  1. bello questo post di pensieri apparentemente slegati, bello leggere e saltare dal libano a snoopy via post tenebras e otto sdraiato.
    i disorientati……se dovessi descrivere questo libro con un solo aggettivo direi “altissimo”. è tutto molto alto la storia, lo stile, e soprattutto la fine.
    l’ho amato subito, o meglio da pag. 16, dove sono stata folgorata da poche righe

    “Alcune persone riflettono solo scrivendo….. Finché le sue mani erano a riposo, il suo spirito vagava, incapace di dominare le idee o di costruire un ragionamento. Doveva mettersi a scrivere perché i suoi pensieri si ordinassero. Riflettere era per lui un’attività manuale.”

    ho sempre avuto bisogno di scrivere per mettere ordine nei pensieri che considero un po’ come gas. difficile tenerli a bada, proprio come i gas si disperdono dove possono, appena possono. la parola parlata, un po’ come l’acqua, deve rispettare alcuni vincoli che la arginano, ma può scorrere e perdersi.
    è la scrittura, con i suoi obblighi grammaticali, solidifica i pensieri.
    un pensiero scritto non si perde. ci torni sopra e lo trovi lì, come nel momento in cui lo hai pensato.
    è vero, riflettere può essere un’attività manuale.

    • Anch’io al massimo spero nella luce. Certo che quelle che stiamo vivendo sono tenebras alquanto discrete. Non mi consola pensare che i miei – i nostri – hanno vissuto tenebras molto più oscure. È l’idea che il futuro non può essere che peggio, che è tremenda…

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