Evvai col ramatho

È iniziato il periodo della fatica, con la vite. Le gemme son diventate tralci in un baleno e ancor più in un baleno, grazie anche alle piogge di aprile, questi son cresciuti a dismisura. Ieri eran gemme, oggi tralcioni. E quand’è così non c’è santi: tocca cominciare a scacchiare, a togliere i “nipoti” e le foglie in eccesso (magari anche qualche tralcio che fa confusione), a legare i tralci ai fili. E anche a dare il ramato (anzi, il ramatho, come diceva il Ceccherini nel Ciclone, aspirando la “t” alla toscana).

Che poi, a dirla tutta, il ramatho (o meglio la buona vecchia bordolese con lo zolfo) la darò solo a giugno. Per adesso, come fanno tutti qui, le prime tre volte darò uno di quei prodotti trivalenti (o sistemici, come si dice con una parola che fa pensare a qualcosa di tremendo…) che ti consentono di intervenire ogni quattordici giorni (mentre la bordolese va data ogni otto). Sono pigro, lo ammetto. E farsi dodici filari su e giù con la pompa, “pennellando  il liquido su foglie e tralci, come per verniciarli” (come mi ha insegnato il mio maestro Franco) è un po’ una fatica e un po’ una palla. Ma la vite è pianta che s’ammala facilmente. E se s’ammala…

Dall’anno prossimo però si cambia. Solo bordolese e zolfo. Biologico fino in fondo. (Tanto manca ancora un anno…)

 

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