Scrivo questo post sull’amaca di cui un giorno il cugino Marco munificamente ci fece dono. È ricomparsa magicamente assieme alle belle giornate e oggi è la prima volta che la uso quest’anno. Qui vicino il gatto Sparaciu (per gli amici Meo) sta bellamente riposando al sole e anch’io, dopo una visita a Ortobio (menu degustazione completo) sono discretamente impitonato. 
Dovrei passare e titolare un inserto di Rassegna ma seguirò fedelmente la massima per cui non bisogna mai fare oggi quello che si può fare domani. Potrei leggere (e nel tavolino qui accanto ho anche un bel romanzo) ma la mia autonomia è decisamente limitata. Mi sa che, quando Emiljano sarà andato via, mi farò una pennica.
Spira un venticello leggero e fresco che fa oscillare le cime dei cipressi ma io, affondato nell’amaca come in un ventre di vacca, lo sento solo soffiare sopra di me. Dondolo leggermente. La palpebra (singolare plurale alla napoletana) sta calando. Mi sa che quando Emiljano verrà a salutarmi dovrà svegliarmi…
