Ieri, tornando in macchina da Roma, ho ascoltato con attenzione Arthur dei Kinks. Gran bel disco del 1969, un concept album, come si diceva allora, che narra “The decline and fall of the British empire” (come specifica il sottotitolo) attraverso la vicenda di Arthur Morgan, pensionato inglese il cui figlio decide di emigrare in Australia, facendo crollare il mondo in cui il padre ha sempre creduto. Riccardo Bertoncelli racconta nel suo “Storia leggendaria della musica rock” (a proposito, grazie Sergio, è un gran bel libro che si legge tutto d’un fiato) che Ray Davies, mente cuore e visceri del gruppo, avesse pronta da un anno e mezzo la storia e le musiche di Arthur, pronte per diventare uno sceneggiato televisivo o un’opera rock, ma che all’ultimo momento tutto naufragò e così furono gli Who a tagliare per primi il traguardo della prima Opera Rock con Tommy.
Arthur è un concentrato di belle canzoni (cosa che del resto non sorprende da chi aveva già scritto ballate come Sunny Afternoon, Waterloo Sunset, A well respected man, e pezzacci immortali come You really got me). Ma non sono solo canzoni. C’è anche il tentativo di andare un po’ più il là (vedi Australia con il suo finale molto acido) di navigare tra i generi, di aprire nuove porte, tanto da fare di Arthur, come dice la recensione di Allmusic “one of the most effective concept albums in rock history, as well as one of the best and most influential British pop records of its era” (la traduzione non credo sia necessaria).
Mi sa che tra un po’ andrò su Amazon a caccia di vecchi dischi dei Kinks. Le loro grandi canzoni le conosco da sempre. Ma gli album, no. Ho la sensazione che ci sia molto da scoprire su mr. Davies. E da godere.


