Se una mattina d’inverno un navigatore…

Resoconto di alcune ore sulla rete, bloccato a letto dal mio piccolo incidente motoscooteristico (con volo annesso).

Tutto è cominciato con un tweet che segnalava il ricordo di Christopher Hitchens da parte dell’amico Ian McEwan sul sito del Guardian. Un articolo splendido da leggere, rileggere e centellinare, tanto da farmi rimpiangere di non avere mai prestato grande attenzione a Hitch, come lo chiamavano gli amici. Questo è chiaramente un eufemismo per non dire  che ho quasi sempre saltato a pie’ pari i suoi pezzi pubblicati su Internazionale (ma non si può leggere tutto, no?).

Ian Mc Ewan, Christopher Hitchens, Martin Amis

Ricordando l’amico e l’ultima visita che gli aveva fatto nell’ospedale di Houston (Texas) dove Hitchens, colpito da un cancro all’esofago, ha trascorso le sue ultime settimane di vita, McEwan parla molto di amicizia e letteratura. E richiama due poesie (forse sarebbe meglio chiamarli poemetti, vista la lunghezza e l’andamento un po’ narrativo) di due poeti contemporanei inglesi che non conoscevo (Philip Larkin e James Fenton), citandone i versi più famosi.

La poesia di Larkin si chiama The whitsun weddings, ed era a me totalmente ignota, così come il suo autore. Ho navigato un po’, ne ho letto qualcosa, ho trovato il testo (con annessa lettura da parte dell’autore), ne ho riperticato anche una traduzione. Adesso ne so qualcosa di più. E mi piace. Tutta. Anche se mi sembra che restino ineguagliabili per capacità evocativa i due versi finali (oggetto tra l’altro di discussione tra McEwan e Hitchens). Ma del resto è sempre così con la poesia, c’è sempre qualcosa che ti colpisce di più, qualche verso che rimane scolpito nella memoria.

La poesia di Fenton s’intitola invece A German Requiem. (James Fenton, giornalista e poeta, anche lui amico di Hitchens dai tempi del New Statesman, ha scritto un bell’articolo sull’amico nel ricordo collettivo di Hitchens su Slate – molto bello anche quello di Julian Barnes). Ma torniamo al Requiem tedesco. Anche qui la poesia (il poemetto) è bella/o tutta/o. Ma il click scatta verso la metà, con i versi ricordati da McEwan, con quel “How comforting it is, once or twice a year/ To get together and forget the old times”, dove la sostituzione tra il “remember” che uno si aspetterebbe e il “forget” che il poeta introduce un po’ a sorpresa apre, almeno al sottoscritto, panorami mentali che affascinano e un po’ spaventano.

E, a proposito di aperture, anche i versi finali di The Whitsun Weddings sono decisamente evocativi. Dicono così: “A sense of falling, like an arrow shower/Sent out of sight, somewhere becoming rain”. Hitchens trovava “dark, so horribly dark”, questo finale. McEwan no. Certo lo sciame di frecce che da qualche parte diventa pioggia, il “sense of falling”, la curva della vita che, come le frecce, dopo aver sfidato la legge di gravità, scende inevitabilmente verso il basso, è un’immagine, se non “horribly dark”, quantomeno mesta. A meno che, come nella scena conclusiva di un film che ho molto amato, Robin e Marian di Richard Lester, la freccia lanciata da Sean Connery, eroe avvelenato e morente, continui a salire fino al fermo-immagine finale.

P.S. Ma in fondo, l’immagine raccontata da McEwan di Hitchens che, smagrito, dolorante e imbottito di morfina, continua instancabilmente, fino all’ultimo, a lavorare a un saggio su Chesterton, non è altrettanto eroica?

2 pensieri su “Se una mattina d’inverno un navigatore…

  1. sì, forget the old times è davvero geniale: perché quando raccontiamo ciò che è stato è per dimenticarlo. Si può dire in tanti modi, per esempio “metabolizzarlo” oppure “sublimarlo”, una specie di pegno o di rito per poter, domani, dimenticare l’oggi, il presente.

    • È il bello della poesia. Al di là di quello che l’autore intendeva realmente – e chissà che cosa Fenton intendeva realmente – le sue parole hanno una loro autonomia, viaggiano da sole, suggeriscono percorsi, alludono a trame. E noi le seguiamo

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